Niente sipario per la prima dello spettacolo ‘Potevo uccidere la Merkel, ma non l’ho fatto’ di Fortunato Cerlino, che si è tenuta lunedì 22 giugno nella suggestiva location della Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo. Sul palco prende vita la storia di quattro personaggi, Michele, Yvonne, Modesto e Gloria, insoddisfatti delle loro vite ed affetti da nevrosi. Michele è uno psicologo quarantenne consapevole che la propria vita è un vero disastro; Yvonne, sua moglie, è rinchiusa nella gabbia dei suoi insuccessi di madre e coniuge; Modesto, detto Steve (per il suo culto per Steve Jobs), è un trentottenne mantenuto dalla facoltosa madre che vive a Berlino, tossicodipendente ed amante del porno, c’è, infine, Gloria, paziente di Michele, in perenne ricerca di un lavoro che le permetta di fuggire dall’Italia.

La scarna scenografia si arricchisce attraverso le battute dei personaggi, i cui discorsi richiamano più volte i crolli della nostra epoca: dalla caduta del muro di Berlino alla morte di Steve Jobs, passando per l’attentato alle torri gemelle; tutti eventi che hanno sconvolto la storia mondiale, ma «dalla storia si sa, non si può scappare».

Uccidere la Merkel per entrare nella storia. Lo spettacolo rientra a pieno titolo nel grande contenitore della drammaturgia contemporanea: vari sono gli elementi infatti che sorprendono gli spettatori. Tutto avviene in scena, sotto gli occhi del pubblico, gli attori si cambiano d’abito a filo quinta e si sistemano gli elementi scenografici autonomamente; in due momenti scendono addirittura tra il pubblico ed inscenano un monologo-confessione che coinvolge gli spettatori soprattutto per i temi trattati: i problemi dell’Italia di oggi che ci assalgono anche se, «mentre percepiamo che gli altri sono migliori di noi, abbiamo la certezza che nessuno può superarci in talento». I personaggi si sentono geni incompresi a causa di un’Italia che non riesce a valorizzarli e l’unica via di fuga dalla realtà sembra essere per tutti Berlino, dove la dimensione storica non è stravolta, dove trovare un’occupazione non è un’utopia, dove la storia, dalla caduta del muro, ha tenuto un andamento lineare, perché «la Germania è dentro alla storia».

Fortunato Cerlino con questo spettacolo accende i riflettori sui problemi dell’Italia contemporanea e degli italiani, sulle peculiarità che in ogni uomo vivono e che talvolta faticano a venir fuori, e lo fa attraverso battute dirette, suoni ritmati ed immagini forti atte a creare straniamento nello spettatore che, dopo la visione dello spettacolo, non può far a meno di riflettere sulle tematiche proposte.

 

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di Giusy Aquila e Maria Russo

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